Architettura cinese/Cose che succedono quando non studi francese/Italiani in Cina

L’inferno in due atti

Prima di avventurarvi nella lettura di questo post, sappiate che sono sana e salva.

Ho cambiato casa, per vari motivi, non ultimo il fatto che ero arrivata a pensare che fosse maledetta (oltre che buia, marrone e lontana dalla metro. Soprattutto marrone).

All’inizio avevo pensato di andare a vivere da sola, progettando di spendere attorno ai 2000 yuan (250 euro), accontentandomi anche di un monolocale, un appartamentino in un palazzo cinese vecchio come questo,1300723105890_000

l’importante che fosse ben arredato dentro. Ahahahahah stolta me.

È così che iniziò l’inferno degli agenti immobiliari, e delle case. Vediamoli uno a uno.

L’inferno degli agenti immobiliari.

Gli agenti immobiliari sono creature a sei teste demonizzati presso svariate culture. Sono figure professionali disdicevoli da invitare a far parte della propria vita. Non ascoltano e in Cina parlano pure cinese. Come se non bastasse.

Per paura di essere scoperta e di vedermi gonfiare il prezzo, mi accordavo sempre scrivendo messaggi, confidando della mia sconfinata sicurezza delle regole grammaticali del cinese, e in effetti loro non si aspettavano la comparsa a sorpresa di capelli ricci e tratti caucasici, ma rimanevano comunque sordi alle mie richieste, quindi, dopo avermi condotta al primo appartamento per il quale ci eravamo messi d’accordo, mi proponevano poi case da più di 3000 yuan d’affitto, in alcuni casi in condivisione, in un caso non ammobiliata (e va da dire che se anche è ammobiliata, manca completamente qualsiasi tipo di suppellettile aggiuntivo, quindi immaginate senza mobili…) fino ad arrivare alla richiesta inverosimile: una camera senza cucina e con il bagno in condivisione va bene? (No! E poi in condivisione con chi? Ma che schifo!)
Avevano poi la fastidiosissima abitudine di fiondarsi in casa dirigendosi subito verso la camera, esaltandone la luminosità, l’esposizione a sud, gli stampini di Hello Kitty.
E io imperterrita: va bene, è carina e tutto, ma diamo un’occhiata alla cucina, dispiace? Permesso.. ecco, vede? Fa schifo, come pretende che io voglia vivere qui?
Ah, perchè progettava di usarla?

(No, a me piace avere la cucina così, per mostrarla agli ospiti, in mancanza di bestie rare da esposizione sa.. mi hanno sequestrato l’ornitorinco alla dogana a Sindney….)
E poi, caro agente immobiliare, anche se non usassi la cucina la manterrei nel decoro ugualmente, fa comunque parte della casa, mica la lascio all’abbandono, scatenandoci magari un’orda di ratti, così, per gradire.

Naturalmente gli agenti immobiliari, per mostrarmi quei prodigi dell’architettura cinese, avevano bisogno del mio numero di telefono. E naturalmente gliel’ho lasciato, senza pensare alle conseguenze. Quali conseguenze? La più ovvia, ovvero che erano arrivati a chiamarmi a ogni ora del giorno e della notte per propormi incontri con vista sul lago. Apro una piccola parentesi: da quando sono in Cina cerco di non rispondere mai a chiamate provenienti da numeri che non conosco. Non c’è una vera e propria ragione per farlo, è semplicemente così e basta. Ho dovuto però in questo caso rispondere ogni volta che un numero mi chiamava sperando che la chiamata fosse latrice di buone notizie: abbiamo la casa! È gratis, anzi ti danno dei soldi perché tu ci abiti, è pulita e gigantesca e l’inquilino precedente non è morto di morte violenta e la sua carcassa non si trova sotto il letto. Naturalmente nulla di tutto ciò si è avverato. Continuavo quindi ad attraversare in lungo e in largo Shanghai per incontri poco fruttuosi con agenti immobiliari poco accomodanti. Un pomeriggio poi sono arrivata al punto di saturazione: prima ho optato per una tecnica non violenta (rispondere al telefono e dire che avevo già trovato una casa) poi ho deciso di ricorrere alle maniere forti (bloccare tutti i numeri da cui avevo recentemente ricevuto chiamate in entrata).

Ma vi starete chiedendo come diamine fossero quelle case.

Dovrete aspettare il prossimo post.

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