Cose che succedono quando non studi francese/Italiani in Cina

I weekend impegnati

Stare a Shanghai permette di tuffarsi nell’ambiente vibrante di cultura che una grande metropoli è in grado di offrire. Uno se ne va da Cuneo anche per questo, dato che il massimo che offre è la Fiera del Marrone (niente di personale contro la suddetta fiera, solo ricordi. Ogni ottobre, in prossimità dell’evento mio padre esordiva con: “Con cosa fanno la Fiera quest’anno? Castagne non ce n’è [pausa ad effetto per attirare ancora di più l’attenzione dell’ascoltatore] non ce n’è [pronunciato salendo di un’ottava]).

Ci ho già provato a Torino, a vivere di pane e cultura, ma mi sono ridotta a visitare: il Museo del Cinema, in centro e comodissimo da raggiungere, oltre che circondato dai palazzetti in cui seguivo le lezioni universitarie. La Reggia di Venaria, solo perché avevo la Tessera Musei e perché ero in compagnia di una cinesina che era interessata a questo tipo di posti. La Basilica di Superga perché avevo un amico con la macchina. Il Borgo Medievale, ma solo la parte non a pagamento. Il Monte dei Cappuccini, presa da una smania di arrampicarmi su per una collina. Basta. E ci ho vissuto quattro anni, che vergogna.

A Shanghai sono partita con lo stesso spirito che mi avrebbe portata a rimpiangere il tempo mal passato qui, ovvero: ci abito, avrò tutto il tempo di girarla. SBAGLIATISSIMO. Si troveranno sempre scuse del tipo: fa freddo (quando fa freddo, fa freddo fuori e dentro, condannandoti a un inverno fatto di piumini cuciti addosso), fa caldo (idem come sopra, condannandoti a vivere sotto la doccia o infilato nelle fessure del condizionatore), piove, mi devo lavare i denti, ho litigato con le mie scarpe, mi sono svegliata ed erano già le cinque del pomeriggio e fra tre ore tornerò a letto.

Oltre a queste personalissime scuse, ci sono anche fattori legati ai cinesi, ovvero il fatto che cenano alle cinque, quindi alle quattro e mezza le mostre e i musei chiudono, per permettere alle persone che ci lavorano di rifocillarsi.

Dunque, il primo anno ho visitato solo uno dei vari templi della città, ho fatto la passeggiata sul famoso Bund solo a marzo (sei mesi dopo il mio arrivo), sono salita sul grattacielo più alto per avere una panoramica sulla città ad agosto, perché un’amica se ne andava e voleva fare alcune foto dall’alto. Altre parti della città particolari per le loro architetture, le ho scoperte per caso, probabilmente non ci sarei mai andata apposta. A tutt’oggi quindi non ho ancora visitato uno dei templi più famosi e centrali della città (a poche fermate di autobus da casa mia), niente musei, nessuna former residence of… nessun quartiere costruito come se si fosse a Parigi, Londra, Berlino…, niente circuito di Formula1, né museo dell’auto annesso, né la gara stessa, niente parchi, niente chiese.

Ma quest’anno sono amica di alcune persone attivissime dal punto di vista culturale che mi spingono ad accompagnarle a visitare cose in giro per la città. Per esempio ho visitato le mostre allestite per la Biennale, e il museo di storia naturale, e non è finita qui. Sono in ballo il distretto uguale a Londra, il museo delle cere Madame Tussauds, forse il museo dei cartoni animati e dei fumetti, il quartiere costruito lungo canali d’acqua con ponticelli e barchette, poi vincendo la pigrizia mi spingerò fino a uno dei parchi più importanti e belli della città. Ah, poi se starò qui abbastanza a lungo aprirà anche Disneyland! Senza contare il già esistente parco di divertimenti e la Chocolate Land, anche se sospetto essere una bufala, con tantissimo cioccolato carissimo e non compreso nel biglietto d’entrata…

Grazie ai miei nuovi amici dunque. Della Biennale non ricordo molto, soprattutto dato che io sono una di quelle tipiche persone che girano i musei di arte moderna o contemporanea senza capirne una mazza. E li girano con la tipica aria da: non capisco ma mi sforzo di capire, perché sono una persona colta e aperta, yeah. E do a vedere che so perché una culla rosa appesa in cima a un palo da pompiere è arte. Lo dimostra la mia camminata disinteressata e sicura.

Piuttosto parliamo del museo di storia naturale.
Una ragazza francese la scorsa estate mi aveva detto che ci era stata e aveva visto scheletri di dinosauro ricostruiti e feti sotto formalina. Ero gasatissima! Così io e il mio amico Sergio ci siamo andati, in un brumoso pomeriggio di gennaio.

Il museo è ospitato in un edificio, uno dei tanti qui, contrassegnato come: heritage architecture (ospitava il mercato di compravendita del cotone). Ovvero uno di quei palazzi costruiti quando Shanghai era in mano ai Francesi, perlopiù, e questi costruivano palazzi in stile neoclassico, con colonne corinzie, archi, trabeazioni e compagnia bella. E tetti a punta, in casi specifici. Oggi questi palazzi sono concentrati sul Bund, e nella Concessione Francese. Ospitano hotel di lusso, banche, ristoranti e/o discoteche costosissime, consolati internazionali. Oppure se si tratta di villette, sono state suddivise in tanti cellette abitate da tante famiglie di cinesi, poco contenti di abitare in queste case “vecchie” e purtroppo non sono tenute con molta cura. Oppure ospitano musei, e anche in questo caso non sono tenuti con molta cura.

Appena entrati si ha l’impressione di entrare in uno di quegli edifici italiani che ospitano uno degli ingranaggi della nostra pachidermica burocrazia, come l’ufficio del catasto, la questura, la posta centrale di Cuneo, la sede centrale dell’Asl, il Comune di qualche paesino sconosciuto o qualche ufficio dove lavorano signore permanentate con gli occhiali tenuti sulla punta del naso, dalle stanghette dei quali parte un filo di perline di plastica trasparente che li assicurano attorno al collo della proprietaria, che di solito ha un figlio maschio che si chiama Marco, della mia età o di poco più grande. Quelli che hanno i gradini consumati al centro, sul bordo, le pareti gialline; se  particolarmente raffinati, si possono anche scorgere rimasugli di Madonne con bambino affrescati, in un qualche angolo.

Il museo è poco illuminato, e le finestre sono anche rivestite di pellicola verdone per ridurre la luce che vi filtra. È completamente moquettato (io ho un serio problema con la moquette e con i tappeti di ogni tipo, dato che penso: se ti prendi la briga di rivestire un posto a) pubblico b)continuamente calpestato c) che starà per terra, e quindi facilmente in balia dello sporco, devi anche mettere in conto che dovrai pulire con frequenza). Quando sono entrata non ci ho fatto caso, ma dopo un po’ mi sono accorta che aleggiava un’aria pesante, come quella che si respira (a fatica) in un ambiente condizionato da un impianto con i filtri sporchi. Un’aria che sa di polvere. Ho guardato per terra, all’interno del recinto dove stava esposto lo scheletro del brontosauro ricostruito; c’era della ghiaietta bianca, con tanti batuffolini di polvere. Tanti e poco distanti l’uno dall’altro, oltre che compatti e grigi. Il primo sentore che qualcosa avrebbe potuto migliorare è stato quando ho visto un uovo preistorico conservato in una teca, ricoperto di uno spesso strato di polvere. Anche la targhetta era difficile da leggere a causa della polvere. Il museo poi è costituito da tante teche che espongono scene di vita vissuta nella preistoria, nella giungla, nel bosco sotto casa. Ammirevoli, soprattutto quando fanno parte delle esposizioni degli animali impagliati o degli omini per farti rendere conto delle dimensioni dell’animale in rapporto con le dimensioni umane. Peccato che le rappresentazioni siano ormai solo lontanamente immaginabili dato che è tutto coperto e invaso dalla polvere. Gli animali impagliati sono tutti grigi o marroncini, difficile immaginarne il colore originale.

Ora, io mi chiedo quale sia il motivo di buttarsi giù così. Ho individuato tre ipotesi:

  1. Il biglietto d’entrata costa 5 yuan, circa 60 centesimi. Fammi pagare di più e paga qualcuno per pulire.
  2. La poca lungimiranza nel progettare le teche ha fatto sì che siano inapribili e allo stesso tempo dotate di spifferi che permettono l’entrata e l’accumulo di polvere, ma non l’entrata di una mano dotata di straccio per la polvere
  3. A nessuno importa di niente, l’importante è tornare a casa per la cena delle cinque.
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One thought on “I weekend impegnati

  1. Peccato lasciare andare tutto alla deriva, alla rovina..forse non sarà un’attrattiva molto turistica e allora va bene così..però è un peccato!

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