Cose a caso

Si parla ancora di ascensori

L’Italia è la patria degli ascensori, ovvero il luogo con il maggior numero di questi pro capite, l’avevo scoperto guardando un quiz, tempo fa.

Nonostante questo, in Italia, non ho quasi mai fatto uso dell’ascensore: a Cuneo vivo in una casa senza ascensore, casa che si  estende su un unico piano, quello rialzato, per cui, a parte i tre gradini che mi separano dal giardino, c’è poco da salire. Durante gli anni di scuola, la porta dell’ascensore al primo piano si apriva nel gabbiotto delle bidelle, che ci scacciavano a colpi di scopa se tentavamo di usarlo.

A Torino il primo anno vivevo in una casa al quarto piano a ridosso dell’Università, per cui avevo pensato di supplire alla mancanza di moto correlato ad attività accademiche salendo le scale di casa ogni volta (cosa che ero riuscita a portare avanti con ammirevole costanza). Il secondo anno vivevo sottoterra. Il terzo anno vivevo al secondo piano e usavo l’ascensore solo la domenica sera quando arrivavo con la valigiona.  Quando seguivo le lezioni non ho quasi mai usato l’ascensore perché: la palazzina Aldo Moro aveva un solo piano; a Palazzo Nuovo gli ascensori sono come gli unicorni, tutti ne hanno sentito parlare ma nessuno li ha mai visti o cavalcati; Il palazzetto Gorresio ha tre piani e pareva brutto non farli a piedi, forti della nostra giovine età; che palazzo Venturi avesse l’ascensore, l’ho scoperto solo molto tempo dopo, quando non dovevo più salire fino all’ultimo piano per il lettorato di cinese. Palazzo Venturi, inoltre, aveva l’agghiacciante caratteristica di avere il primo piano al secondo piano, ovvero di dover salire quattro rampe di scale per raggiungere quello che veniva definito “primo piano”, vabbè… in via Giolitti poi non ho mai trovato l’ascensore, ammesso che esistesse, anzi, per un paio di mesi mi ero convinta che l’ascensore fosse quello che poi si rivelò essere il bagno delle donne, cosa che ci riporta a uno dei miei handicap descritti in questo post.

In Cina invece uso e abuso dell’ascensore, in parte perché i palazzi sono alti e i luoghi di interesse non sono mai in piani compresi tra uno e quattro, in parte perché se si è in compagnia di cinesi non si snobba mai un ascensore, fosse anche solo per fare un piano di scale, e ti guardano come se fossi in bikini e avessi annunciato di essere pronto per la scalata dell’Everest se proponi di fare le scale.  Apro una necessaria quanto pregna di pregiudizi parentesi: nella mente di un cinese, se c’è un ascensore, va usato, cascasse il mondo. Per cui, se devi andare, per esempio, dal settimo all’ottavo piano e l’ascensore è al ventiquattresimo piano e sta ancora salendo, per cui deve finire la sua corsa fino in cima, portare coloro che sono sopra fino al piano terra, poi salire al settimo piano per raccoglierti e farti salire di un piano, non importa quanto tempo si deve aspettare, quell’ascensore va preso e le scale evitate come la riga tra una piastrella e l’altra dei marciapiedi.

Detto ciò, nella mia monotona vita cinese io prendo l’ascensore per andare al lavoro, dato che le aule sono al quindicesimo piano, e per tornare a casa dato che vivo al dodicesimo piano.

L’ascensore che c’è al lavoro è una croce. Prima di tutto ci sono tre ascensori, di cui uno sempre bloccato al primo o al diciannovesimo piano per qualche oscuro motivo. Tra questi,  ce n’è uno dedicato ai piani sette, diciotto e diciannove, dove ha sede una scuola di inglese affollatissima, per cui i loro studenti non solo useranno in massa l’ascensore a loro dedicato (che sarà precluso a tutti gli altri che lavorano su altri piani), ma naturalmente sciameranno anche sul terzo e ultimo ascensore disponibile, affollandolo e costringendo gli altri ad aspettare ore e ore prima di poter salire. Per cui l’idea di un ascensore dedicato mi sembra abbastanza stupida. Inoltre è lentissimo e caldissimo, per cui salire fino a un piano alto è terribile. Ogni tanto si blocca e porte chiuse.

L’ascensore di casa invece è una croce per altri motivi non strettamente collegati a problemi di meccanica. La gente fuma in ascensore, che è la cosa più disgustosa che si possa fare secondo me, ancora più che scoreggiare, perché l’odore permane più a lungo. Ogni tanto ha un odore che non saprei meglio definire se non: “Comunismo Anni ’80”, che è un bouquet di aromi che spaziano dal: vecchio, divano di quelli di pelle consumata con i bottoni nel centro dei cuscini, di solito marroni scuro con il bottone beige (mi ricordo che i miei nonni ne avevano uno e io cercavo, per chissà quale oscuro infantile motivo, di staccare quel bottoncino centrale per portarmelo a casa), camicia sporca, armadio chiuso, pantaloni con la riga in mezzo, telefono con la rotella, brillantina vecchia, lacca per i capelli con la bottiglia del design accattivante decorata con diverse sfumature di marrone, lo stesso colore marrone. In sintesi, se gli odori avessero un colore, quello sarebbe l’odore del colore marrone.

Oggi ho preso l’ascensore per tornare a casa insieme a un signore di mezza età che aveva un borsa di plastica da cui proveniva un rumore simile a quello che si fa quando si fa scoppiare la pellicola con le bolle. Una serie di veloci e brevi paf paf paf. Prima pensavo che provenisse dal suo cellulare, che poi ho visto essere collegato a un paio di auricolari per cui impossibilitato a spargere nell’etere qualsivoglia suono, per cui concentrandomi meglio mi sono resa conto che proveniva proprio dalla borsa. Quindi, stavo fissando la sua borsa quando ho alzato lo sguardo e lui mi stava guardando come per dire: adesso tu scenderai da questo ascensore e farai finta di non aver visto né sentito niente, altrimenti sarò costretto a ucciderti.

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One thought on “Si parla ancora di ascensori

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