Cose a caso/Cose che succedono quando non studi francese

Un mero esercizio di stile.

Questa mattina la sveglia non ha suonato, mi sono alzato in ritardo e… (continua il racconto per un totale di almeno 300 parole, cercando di essere originale).

1)      Ho capito subito che avevo fatto uno sbaglio. Se la sveglia era puntata per le cinque e trenta del mattino, un motivo c’era. C’è sempre un motivo per fissare la sveglia così presto e il mio era questo: vivevo con un ragazzo appassionato di esperimenti  bislacchi. Non gli interessava sezionare rospi, catturare farfalle e bruciare loro le ali sulla fiamma di una candela, coltivare orgogliosamente muffe nei barattoli dello yoghurt scaduto, no, quello che gli interessava era fare i conti con le piccole cose della vita e io, volente o nolente, ci finivo sempre in mezzo. Quel mattino, dunque, alle cinque e mezza del mattino avrei dovuto chiudere il rubinetto del lavello della cucina perché il mio amico e sventurato compagno di casa aveva avuto la brillante idea di chiedersi quanto ci avesse messo la cucina ad allagarsi se si fosse aperto il rubinetto quel tanto che basta per lasciar scorrere un filo ininterrotto di acqua e tappato lo scarico con uno strofinaccio. Quel che il mio amico e sventurato compagno di casa non aveva calcolato erano le seguenti cose: primo: vivevamo in un bilocale arredato con mobili di formica usata, graffiata e gonfiata da liquidi di immemore data, probabilmente ingeriti dai precedenti abitanti e vomitati sugli stessi; secondo: la porta che divideva la cucina dalla camera da letto non è a tenuta stagna; terzo: avremmo dovuto vendere un rene per poter pagare la prossima bolletta dell’acqua.
Quella fatidica mattina, dunque, svegliandomi per il riverbero della luce solare sull’acqua, che ci aveva messo poco meno di cinque ore ad allagare la cucina e sfondare la non impenetrabile barriera della posta e ormai arrivava alle caviglie, decido di mettere in salvo le poche cose rimaste asciutte e dire addio al mio amico e sventurato compagno di casa mancato scienziato pazzo.

2)      Ho capito subito che avrei dovuto fare tutto di corsa per il mio stesso bene. Non sono il tipo a cui dispiace svegliarsi presto per poter fare le cose con calma, seguendo una routine maniacale studiata fino nei minimi dettagli. Ma questa non è l’unica ragione per cui mi sveglio alle tre del mattino e vado a dormire attorno alle sette e mezza. In ogni caso, quel giorno ero rimasto a letto fino alle quattro, e fortunatamente, non essendo estate, il sole non aveva ancora iniziato ad affacciarsi all’orizzonte. Rimaneva comunque poco tempo e dovevo raggiungere al più presto la prima entrata della metropolitana, tuffarmici dentro, andare al lavoro e stare al coperto fino alla sera. Era questo il più grande problema di lavorare in un baracchino nel sottosuolo, vendendo bibite, giornali, snack e sigarette a frettolosi pendolari che non ti degnano di uno sguardo quando vengono a comprare da te, e non si sognano nemmeno per un istante di immaginare quanto misera deve essere la tua vita, che passi più di otto ore sotto terra e non sei più abituato alla luce naturale del sole, tanto che sei costretto a evitarla svegliandoti a orari improponibili e a tornare a casa solo con il favore delle tenebre. Non si rendono conto e non interessa loro che avresti tutto il tempo di prepararti per andare al lavoro svegliandoti alle sei, ma la tua pelle, disabituata al contatto col sole si brucerebbe, i tuoi occhi inizierebbero a lacrimare e i pochi metri che separano il mio appartamento dall’entrata della metropolitana (appartamento che fortunatamente non si rivela troppo costoso e che non ho  faticato troppo a trovare) si trasformerebbero in un inferno. Ecco la gente non sa, e si lancia a rotta di collo per le scale per riguadagnare l’uscita all’aria aperta.

3)      Ho capito subito che il mio piano poteva andare a monte se avessi sprecato un solo minuto di più, mi infilai i guanti, una cuffia e uscii coperto da capo a piedi da una tuta nera. Avevo studiato il piano nei minimi dettagli nei precedenti mesi in cui mi ero spacciato per portalettere. La porta dell’ufficio si apriva con un codice che non ero riuscito purtroppo a scoprire, ma passavano esattamente sette secondi dal momento in cui la porta si richiudeva e il sistema di bloccaggio si rimetteva in funzione,  rendendo necessario ridigitare il codice di accesso. Tutte le persone che lavoravano in quell’ufficio si premuravano di aspettare che la porta terminasse il semicerchio lungo il proprio specchio prima di allontanarsi, ma avevo visto più di una volta che non si fermavano quei sette secondi precedenti al bloccaggio, e si allontanavano, sentendo che il segreto custodito in quel luogo era di nuovo al sicuro. Ma mai abbastanza. Finalmente, dopo quattro settimane passate spacciandomi da postino avevo trovato la mia occasione. La segretaria mi aveva dato le spalle subito dopo aver ricevuto la posta da me e ed era stato sufficiente lasciar scivolare un sottilissimo foglio di pellicola trasparente e rigida tra il solco nel pavimento dove si andava a infilare il perno di bloccaggio e il perno stesso. In quel modo la porta, non potendosi bloccare da sotto, era facilmente apribile anche se era chiusa dal perno superiore, bastava forzare leggermente i cardini verso il basso mentre la si spingeva.  Il piano era perfetto, ma dovevo portarlo a compimento prima della prossima visita delle donne delle pulizie che potevano spazzare via la pellicola e rimuoverla. Adesso per colpa della maledetta sveglia mi rimanevano appena quaranta minuti per raggiungere il luogo, che per fortuna non era lontano, introdurmici, frugare dappertutto.

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