Cose che succedono quando non studi francese

Sette giorni in Tibet, dove osano muschi e licheni. Il nuovo film di Zhang Yimou

Il cast

da sinistra verso destra: il francese che odia i francesi, e che quindi merita il nostro rispetto sconfinato. La cilena che non ha parlato per una settimana. Io, sempre splendida. La cilena che ha fatto la brava per una settimana, tranne rare cadute di stile (tipo chiedermi come si apre la cappelliera dell’aereo, quando lo sanno anche i rumeni, che ci nascondono dentro le galline).

Comparse

                                                   

Scenografia

Trama.

Era un inverno lungo e doloroso, quello che attanagliava i nostri eroi, persi in una metropoli troppo grande, troppo abitata, battuta da un vento gelido. Pensammo di svernare in Tibet: “è alla stessa latitudine della Mauritania!”. Già. Stolti.

La partenza.

La Cina ha la stessa tolleranza nei confronti della Mauritania e del Tibet, per cui, passare le vacanze in uno dei due posti sopracitati può rivelarsi difficile. Ci rivolgiamo a un’agenzia di viaggi che ci propone un prezzo vantaggioso, per noi, studentelli di provincia con le scarpe di cartone e la cartella di pelle di capra consunta. L’agenzia ci offre guida, macchina per spostarci fuori Lhasa e permesso per entrare in Tibet. I bastoni fra le ruote ce li mette una truccatissima signorina alla stazione dei treni, che ci dice candidamente che i biglietti per il Tibet possono essere comprati solo tre giorni prima del giorno della partenza. Noi, che vogliamo abbandonare questa landa desolata il 9 di febbraio, ci rivolgiamo alla signorina truccatissima il 6, dato che la matematica non è un’opinione. In Cina, terra natia dell’abaco, ricordiamolo, tre giorni prima del 9 si contano a partire dal 7, per cui 7, 8, 9 febbraio. Naturalmente il 7 di febbraio i biglietti sono già sold-out. Perchè? Perché in Sichuan, dove si trovava il francese che odia i francesi, i biglietti erano disponibili a partire da 12 giorni prima della data di partenza, su internet pure.

Ma non ci scoraggiamo, in barba alla medicina occidentale che sconsiglia ascese repentine, troviamo un volo non troppo costoso (più del doppio del treno in ogni caso…) e voliamo felici.
Tralascio il racconto di quanto abbiamo aspettato che l’agenzia di viaggi ci mandasse il permesso originale, di come siamo andati a prenderlo in ufficio sulla tangenziale verso l’aeroporto, in un posto sperduto e affollato di cartelloni pubblicitari, ufficio che abbiamo raggiunto fermando un’auto e chiedendo all’autista di portarci lì, grazie. (Cecilia: dobbiamo pagargli qualcosa secondo te? Io: assolutamente no, ringraziamo e scendiamo. E così fu).

Immaginando il caldo della Mauritania cinese, così mi presento in aeroporto: maglia a maniche lunghe leggera, felpina con la zip, uno strato che non ricordo ma che sono di sicura di aver avuto indosso, maglione di lana lungo sopra il ginocchio, maglione di lana-2 lungo sopra il ginocchio, piumino, due paia di leggings. E sciarpa e cappello di lana. Un americano, che per comodità chiameremo John, che vedo per un caffè prima di partire alla questua del permesso e prima di essere accolta da hostess, mi chiede se, con tutta quella roba addosso riesco ad alzare contemporaneamente le braccia. Vi farà piacere sapere che no, non ci riuscivo.

Il volo che prendiamo prevedeva partenza alle otto di sera, cambio a Chengdu, ripartenza alle cinque del mattino, arrivo a Lhasa alle otto del mattino del giorno dopo. Niente da dichiarare sul pasto che ci serve l’aereo. Io e la cilena che non ha parlato avevamo specificato “pasto vegetariano” per cui ci viene servito lo stesso identico panino dato agli altri passeggeri, senza la fettina trasparente di pollo: pane tipo pancarrè, però più bianco e triste, con due fette di cetriolo e due fette di pomodoro, ovvero le due verdure che più fra tutte mi disgustano. La tratta Chengdu Lhasa invece ci delizia con una pappa di riso bianca, senza condimenti e sciapa, in aggiunta alla consistenza che ricorda qualcosa di già digerito.

Sull’aereo non riesco a dormire, in compenso mi schiaccio su una panchina di ferro nell’aeroporto di Chengdu, che aveva le porte automatiche bloccate aperte, per fare corrente probabilmente.

Arrivati a Lhasa, scopriamo che le nostre valigie sono a Chengdu, ma c’è la possibilità di farle arrivare a Lhasa nel pomeriggio. Eh va’… se non è troppo disturbo…

Giorno 1

Arriviamo dunque nella capitale della Mauritania, veniamo magnanimamente raccolti dalla guida e parcheggiati in ostello. Scegliamo la camera stile coreano data che era l’unica con il bagno privato dentro la stanza. Sarà anche l’unico bagno che useremo per tutta la settimana, purtroppo non con la frequenza desiderata. Usciamo per il pranzo e io mi sento male. Sono l’unica che ha sofferto di mal di montagna, per cui sono stata oggetto della strana sensazione di poter o camminare o parlare, non riuscire a esprimermi in spagnolo o inglese, avere difficoltà a pensare persino in italiano e la sensazione di avere la lingua grandissima, che occupa tutta la bocca. Per fortuna, due dolcini, quattro banane e una vomitata più tardi sono in forma smagliante.

Il ristorante in cui andiamo il primo giorno a pranzo è un posto che mi colpisce, sperando che sia un’eccezione, invece scopriamo essere la regola. Prima di tutto si poteva fumare dentro, ma questo è il meno. È sporco. Ovunque, in modo sistematico ma senza una ragione apparente. Semplicemente sembra progettato per non essere pulito e pulibile. Per terra ci sono tappeti. I divani che prendono il posto di sgabelli e sedie sono foderati, per cui, a meno che non si aspiri con frequenza, il tutto si riempirà di briciole e di residui di cibo nel giro di pochi giorni. Anche i muri sono macchiati, di strisce nerastre, gocce di “cose” eccetera, e decorati con orrende immagini della savana in 3D. I tavolini sono appicicaticci. La cucina, che ho la fortuna di scoprire solo qualche giorno dopo, è un ambiente annerito dall’incuria e dai fumi con delle gigantesche pentolone che sobbollono, unticce e macchiate. Il bagno, di cui purtroppo non ho fotografie, ma solo la testimonianza di Cecilia, è un posto ricavato isolando parte del cortile interno, che si compone di: asse di legno sul quale poggiare i piedi e chinarsi per fare i propri bisogni e canale di scolo, in cui finirà il tutto. Non ci sono divisioni, per cui ci si acquatta tutti quanti felici uno vicino all’altro, tenendosi la mano e facendo il tifo.

Giorno 2

Il secondo giorno inizia il vero e proprio tour, partendo dal Potala, residenza invernale del Dalai Lama. Bello, niente da dire, peccato che sia fatto a scale, scale scale, per lo meno con i gradini tutti uguali, però io mi ero appena ripresa dallo shock dell’altitudine… In ogni caso, pianino pianino, gradino dopo gradino, l’ho scalato. Peccato che avessimo una guida terribile, che parlava un inglese imbarazzante e non capiva le nostre domande, per cui non ricordo molto, non ricordo le spiegazioni, e dato che ho fatto l’errore di annuire con consapevolezza appena ha nominato: Bodhisattva Guanyin (figura del buddhismo nota grazie a reminiscenze universitarie), ha dato per scontato le spiegazioni inerenti al buddhismo, per cui è stata una visita un po’ lacunosa. Ricordo di aver visto le tombe di Dalai Lama precendenti. Ricordo anche di aver visto una cartolina con il Potala che si riflette in un lago, quando abbiamo chiesto alla guida, ci ha detto che il lago era stato prosciugato anni fa. Finito il tour, scendiamo le scale posteriori del palazzo, ed ecco il lago. Cambiamo guida.

Giorno 3

Con una guida giovane e spigliata ci avventuriamo alla scoperta del palazzo Norbulinka, residenza estiva dei Dalai Lama, che ci lasci un po’ delusi, dato che gli alberi si rivelano spogli e i giardini brulli, data la stagione. La stessa guida ci porta in un ristorante per pranzo, annunciando che: è un posto dove lui va spesso, pulito e ben tenuto. Ci crediamo per un momento, poi niente, va a finire come il primo giorno, ovvero un posto tappezzato di stoffa da ufficio d’igiene.

Giorno 4

Partiamo alla volta di Shigatze, seconda città più grande del Tibet, a cinque ore di macchina a ovest di Lhasa. Lungo la strada niente di rimarcabile, se non i continui controlli di polizia. E la pipì dietro a cespugli. Arriviamo a Shigatze la sera, ci sistemiamo in un ostello da piangere e andiamo in un ristorante tappezzato a mangiare. Una cosa curiosa riguardo ai ristoranti tibetani, è che non hanno un menù, ma offrono un tipo o al massimo tre di piatti, di solito riso bollito con verdure e pezzettini di carne di yak, scodellone di spaghetti in brodo con verdure e carne di yak o ravioli di yak.
Il tutto annaffiato abbondantemente da tè con latte di yak, la cui presenza di tè non è tuttora stata accertata, fatto sta che scatena l’entusiasmo di tutti, tranne mio, che lo considero troppo “wild smellig” per potermelo gustare. Che poi a me il latte nemmeno piace troppo.

L’ostello da piangere era da piangere perché si componeva di una struttura con un solo bagno comune per tutti, con un’entrata con due lavandini, una porta a sinistra e una a destra dei lavandini con le turche rispettivamente per gli uomini e per le donne, una porta in fondo alla sala dei lavandini, opposta alla porta di ingresso con le docce. Non ci facciamo la doccia, dato che c’era solo l’acqua fredda, ci laviamo alla meglio usando i lavandini e usiamo la turca dei maschi, dato che era l’unica con la luce che funzionava.

La camera aveva un buco nel soffitto, una presa per la luce con i buchi affumicati e puzzava. Di piedi e di latte di yak. Io decido di tirare fuori il sacco a pelo e dormire lì dentro piuttosto che avvolgermi in lenzuola (che erano macchiate).

Giorno 5

Ci lasciamo alle spalle Shigatze e le sue meraviglie e riprendiamo il viaggio verso il campo base dell’Everest. Ci fermiamo in un paesino sperduto, di cui non ricordo il nome, qualcosa come Baibei, ma non sono sicura, a pranzare. Siamo accompagnati da profezie funeste degli abitanti del luogo, per cui l’Everest è spazzato da una tormenta di neve, per cui non si sa se conviene andare fin lassù, anche perché costa la bellezza di 180 yuan entrare nel parco naturale dell’Everest (la Cina e le sue fantasiose tasse ecologiste….). Decidiamo di provarci lo stesso, di fermarci per la notte nell’ultimo posto con una guest house la notte e poi vedere il mattino dopo se il cielo sarà clemente con noi. Passiamo un check-point controllato da militari, in cui ci controllano davvero per bene, facendoci scendere, chiedendo documenti vari eccettera. Dopodichè iniziamo a inerpicarci per i 102 chilometri che ci separano dalla vetta più alta del mondo. Una strada sterrata, piena di buche, con tornanti senza il guard rail, segnalate, al posto del cartello di curva pericolosa, dal teschio con le due ossa incrociate. Ogni chilometro era segnalato da una pietra miliare. Mi ricordo solo che all’ottavo chilometro io ero già stanca di vivere. Dunque: saliamo, facciamo fotine in passi posti alla bellezza di 5000 e più metri sul livello del mare, scendiamo, risaliamo, facciamo fotine.

Quello che mi colpisce di più è la presenza continua di paesini e gruppi di case in posti sempre più remoti e dimentcati da Dio e da Buddha. Villaggi inerpicati sul fianco di una montagna, composti da una manciata di casupole circondate da un piccolo cortile in cui sonnecchiano yak, con un fazzoletto d’orto di fianco. Senza elettricità, se non fosse per pannelli solari installati da mamma Cina. Ogni tetto battente bandiera rossa a cinque stelle.

Il posto in cui ci fermiamo per la notte è uno di questi posti, solo leggermente più grande e meglio fornito. C’è un piccolo negozietto, c’è anche un dormitorio per gli studenti (quali studenti di quali scuola non ci è dato di capire) in costruzione, con le reti dei letti e i materassi nuovi nuovi visibili dalle finestre. Ma sopratutto ci sono i bambini più sporchi che abbia mai visto.

Ecco una sequenza di foto scattate a tre bambini che giocano con la bandiera della Cina (piccoli traditori crescono).

                                                          

La notte la passiamo appunto nell’ultima guest house prima della Montagna, posto che si arroga il diritto di gonfiare il prezzo data la posizione strategica (eravamo tutto sommato a 50 chilometri dall’Everest!!). Le camere sono al secondo piano, la scala che sale ha una testa di cavallo secca appesa al corrimano. Il bagno non aveva acqua corrente, e si componeva di un buco in una stanzetta con il pavimento sterrato.

Vi dico solo che io e le ragazze abbiamo preferito acquattarci in giro piuttosto che usarlo. E la notte mi sono svegliata in preda al terrore perché ho avuto l’impressione che un gatto mi fosse saltato addosso. Invece era Cecilia che si agitava nel sonno.

Giorno 6

Accompagnati dalla consapevolezza che non vedremo l’Everest, ci rimettiamo comunque in viaggio. Come nelle migliori commedie è sereno ovunque, tranne attorno alla cima. Arriviamo comunque al punto più vicino al monte, dove scattiamo veloci foto in preda al gelo mentre la guida ci indica degli ammassi di pietre e dice che avremmo potuto passare la notte lì, ma sarebbe costato molto di più (senza contare il freddo, la mancanza di cibo, acqua, civiltà).

L’Everest dovrebbe essere là in fondo dove è più nuvoloso e avvolto dalla foschia

Sulla via del ritorno arrivati a un passo di discreta altezza vediamo la cima! (che non ricordo quale sia, ma giuro che è lì in mezzo da qualche parte!)

Giorno 7-8-9-10

Niente da dichiarare, ci siamo fatti una tirata in macchina fino a Lhasa e poi treno. Due giorni di treno temprano l’anima. Oltre che incredibilmente noioso, si parla anche di cinesi che fumano in continuazione ovunque, nonostante sia vietato, e di seri capistazione che percorrono vagoni vendendo paccottiglia. Abbiamo avuto la fortuna di essere nello scompartimento con una coppia di vecchietti tenerissimi e uno studentello che andava a Nanjing.
Altre impressioni random: posti di polizia e militari da tutte le parti. Per dire, c’è un posto di blocco davvero a due passi da dove ci siamo fermati a fare rapide foto a un Everest invisibile, per cui io mi chiedo: davvero? Pensi che sia riuscita ad arrivare fin qui in barba all’autorità? Oltre che inutile, si pensi anche alla scomodità di quei poveri poliziotti che lavorano e VIVONO lì, perché dietro la guardiola si sviluppa una caserma con tanto di campetto da basket.

La Cina sfrutta visibilmente il Tibet, dal punto di vista minerario, senza comunque dare la possibilità di svilupparsi, basti pensare che al di fuori delle due grandi città, Lhasa e Shigatze, per il resto si parla solo di villaggi isolati, con persone che si spostano a dorso d’asino, o facendo l’autostop. Di combustibile fatto di feci di yak essicate e la mancanza di acqua corrente. L’unica innovazione, che mi ha lasciato positivamente impressionata, è stata la presenza massiccia di pannelli solari.

Annunci

5 thoughts on “Sette giorni in Tibet, dove osano muschi e licheni. Il nuovo film di Zhang Yimou

  1. Pingback: Medicina alternativa | potevostudiarefrancese

    • Ahahah! Hai visto? Mi hanno detto di salutarti =) scherzi a parte, quando abbiamo ordinato dei ravioli di yak, che tardavano ad arrivare, abbiamo presunto che ci fosse un qualcuno addetto a rincorrere gli yak per macellarli, e poi abbiamo anche minacciato il francese che l’avremmo abbandonato l a rincorrere yak.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...