Cose che succedono quando non studi francese

Professoressa per un giorno

Sono state confermate le parole di un americano incontrato per caso, lo stesso che mi aveva parlato delle fantasiose nozioni geografiche cinesi, ovvero: se hai tratti anche solo vagamente caucasici, è sicuro al mille per cento che puoi spacciarti per un inglese, e insegnare inglese.

E così, io oggi vado a un colloquio di lavoro.

Colloquio e lavoro sono due parolone un po’ troppo altisonanti per quello a cui ho partecipato oggi, ma andiamo con ordine.

Rispondo a un annuncio pubblicato su un sito internet, specificando, chiaramente, che non sono inglese, l’inglese lo so, vero, ma non mi sentirei mai di formare giovani menti in base allo sgangherato british di cui faccio sfoggio con gli americani, che mi correggono ogni due per tre. Specifico, inoltre, che potrei invece farmi bella con l’italiano e lo spagnolo, non altrettanto richiesti, ma la mia mente criminale stava anche pensando: non solo me la gioco con qualcosa che so meglio di qualsiasi cinese, ma, visto che avrò pochi studenti, potrò continuare a vivere, andare a ballare la salsa con la mia amica cilena, mangiare spiedini per la strada.

Fatto sta che le signorine di questo centro mi contattano, mi danno appuntamento oggi, domani o venerdì, a mia discrezione. In un palazzo giallo (giallo!), con almeno 49 piani, loro stanno al venticinquesimo e hanno nell’atrio tre ascensori, uno che va dal piano 2 al piano 21, uno che serve i piani dal 22 al 40 e uno dal 41 al 49. Un ascensore che va velocissimo e ti fa venire male alle orecchie, che inizia a frenare a quattro piani dalla destinazione, che ti fa sentire lo stomaco nelle scarpe quando arriva al piano terra e si ferma. Per altro al piano terra si snoda un intrico di vicoli tra negozietti e stand con roba cinese di qualsiasi tipo, ma questa sarebbe un’altra storia…

Bene, oggi vado, distrutta perché avevo dormito credo sei ore, non di più, e per me qualsiasi sonnellino inferiore alle 14 ore non è degno di tale nome. Distrutta perché ho attraversato tutta la città, visto che prima sono andata tutta a ovest nel tentativo di fare gli esami medici che ancora mi mancano per chiedere il visto da studente e ho dovuto lottare contro famigliole che andavano allo zoo. Ed è stato bello perché il posto dove avrei dovuto andare a fare gli esami era naturalmente chiuso, perché in Cina era la settimana della vacanza per la festa nazionale, e c’era un guardiano con un’unghia del pollice lunga quanto un mio intero dito, gialla anche lei, e io, incantata da quell’artiglio non riesco a dire quello che voglio e gli chiedo, attraverso un cancello chiuso con due giri di catena: è chiuso? Domanda alla quale io, se fossi stata la guardia e avessi avuto un dito così artiglioso avrei risposto: no no! È aperto, basta che dici la parola magica! Ma invece siamo in Cina e quindi lui perde qualsiasi occasione di fare dello spirito e mi dice: torna sabato.

E così me ne vado, riattraverso tutta Shanghai, prendo la metro, mi aspettano quindici fermate con una linea e tre con un’altra, mi prendo del tempo per comprare l’agognata tessera della metro, tanto per fare la figa, e poi salgo su un vagone in cui sono tutti seduti tranne me. A me facevano male i piedi, ero stanca, volevo sedermi e nessuno si è alzato, e io allora ho iniziato a odiarli tutti. Una perché era brutta, aveva un fidanzato brutto che teneva in braccio la borsetta rosa di lei, per cui sei brutto e gay, e tu, che sei brutta, dormi appoggiata alla sua spalla, ti rimane sulla fronte il segno della sua maglia, sei ancora più brutta.

Tu che hai giocato tutto il tempo a far esplodere palline sullo schermo dell’ Iphone, e sei brutta anche te, con degli occhi che sembrano fatti di gelatina, come quelli di questi animaletti qui.

Tu che hai attaccato bottone con la tipa di fianco a te, che ti risponde con malcelato disprezzo.

Tu che sembri elegante, ma poi, se ti guardo da vicino vedo che hai degli strappi sul vestito.

Insomma, una persona in pace con il prossimo (io).

Quando arrivo mi accoglie una cinesina che parla uno scarso inglese, mi offre un bicchiere d’acqua tiepida che non posso rifiutare, e che mi dovrò portare dietro per tutta la durata dell’incontro, passo in tre uffici e ogni volta, una signorina mi rincorre con il mio bicchiere in mano dicendo che l’ho dimenticato. Mi fanno riempire un formulario, in cui mi chiedono qualsiasi cosa riguardo all’inglese. Io non tento nemmeno di bluffare, scrivo che lo so ma non molto bene, che non sono inglese, che potrei “insegnare” oral english, non altro, che i miei punti di forza sono le lingue neolatine. Ma il mio lamento passa inascoltato. Inoltre, apro una piccola parentesi. A me una volta avevano fatto presente come qualsiasi colloquio di lavoro serve al tuo datore di lavoro per conoscerti, ma è anche un’occasione per il candidato di capire se il lavoro per cui si sta offrendo fa per lui. In Cina funziona diversamente. Nel momento in cui vai a un colloquio, sei già preso! Non importa che io non abbia esperienza pregressa nell’insegnamento, nemmeno che io non sia inglese, mi chiedono se il mio accento sia più british o più americano, io dico americano. E loro mi chiedono se possono presentarmi agli eventuali studenti interessati come americana. E a me verrebbe da ridere tantissimo, sono lì con il mio bicchiere d’acqua tiepida e penso: beh, fate voi.

Mi rendo conto di essere in trappola, (nel senso che non potrò dire: pensavo si trattasse di altro, arrivederci e grazie) quando nel secondo ufficio la signorina inizia a spiegarmi come verrò scelta. Dovrò partecipare alle demo lessons, che non sono altro che chiacchierate di 10-15 minuti con l’eventuale studente, il quale poi dovrà dire se mi vuole o meno come insegnante, in base all’impressione che do. Mi fanno anche leggere una specie di piccolo vademecum, che spiega come rendere fruttuose al massimo le mie demo lessons. E ce ne sarebbero di cose da dire su questo vademecum! Prima di tutto scritto in un inglese raccapricciante, per cui ero quasi tentata di dire: datemi 100 yuan, io vi correggo ‘sta cosa e poi sparisco. Poi ti consigliava tutta una serie di inganni davvero raffinati, innanzi tutto spacciarsi per inglese madrelingua, MAI dire a uno studente che gli servirà più di un anno per raggiungere un livello accettabile di inglese (era chiaramente usata la parola FORBIDDEN), dire che si pensa di stare in Cina almeno per un anno, per far sentire a proprio agio lo studente, MAI dire che non si ha esperienza nell’insegnamento, perchè, testuali parole: WE’RE SUPPOSED TO BE PROFESSIONAL.

Fatto sta che mi ridanno appuntamento nel primo pomeriggio, per incontrare una bambina. Il mio scopo è impressionare i genitori, in modo da venire scelta, parlare con la bambina, farla divertire, rendermi simpatica.

La bimba non parla molto, conosce qualche frase in inglese che pronuncia davvero bene, ma per il resto mi chiede più volte di ripeterle le domande, che io le ripeto in cinese, per quanto posso, poi di nuovo in inglese. Tralascio momenti in cui faccio domande senza invertire verbo e soggetto, e quando la bimba usa “ground” per dire piazza, io non la correggo e la madre: “si dice: square”, per cui mi sono sentita molto poco madrelingua…

Per fortuna una segretaria viene in mio aiuto e mi dice che basta così, mi saluta, me ne vado.

Poche ore dopo mi arriva un messaggio da parte della signorina-capo che mi chiede se domani sono disposta a partecipare a un altro incontro all’una, mi dice che non ho dato una bellissima impressione oggi e me lo scrive con un tono di rammarico, che domani dovrò impegnarmi di più, parlare di più.

Non so, credo di essermi infilata in un pasticcio che saprò a malapena arginare, ho dato troppa disponibilità lungo la settimana. Ho detto che non accetto più di tre studenti al massimo, ho detto che sono seriamente intenzionata a imparare benissimo il cinese, e che quindi non ho molto tempo, cosa che di solito lusinga i cinesi, ma che ha lasciato abbastanza indifferenti le signorine dell’ufficio. Mi sono data disponibile per il sabato sera. Sono una pazza. L’unico pensiero che mi consola è che i cinesi cenano alle 5 del pomeriggio, che le feste nei locali iniziano verso le 11, per cui forse la “sera” sarà più spostata verso un italiano tardo pomeriggio… vedremo.

Ho pensato comunque che in situazioni estreme fingerò un precipitoso ritorno in patria e chi s’è visto s’è visto.

Profesora por casualidad

Han sido confirmadas las palabras de un americano encontrado por casualidad, el mismo chico que me había hablado de las extravagante nociones de geografía de los chinos, o sea: solo es suficiente tener una cara vagamente caucásica, y es seguro al mil por ciento que puedes hacerte pasar por inglés y enseñar inglés.

Así que, hace unos días, voy a una entrevista de trabajo.

Entrevista y trabajo son dos palabras un poco altisonantes, para describir lo que he hecho… Procedamos con orden.

Contesto a un anuncio publicado en un sito internet, precisando, muy claramente, que no soy inglesa. Sé, es verdad, el inglés, pero nunca me atrevería formar jovenes mentes en base a mi grosero british con que hago gala con los americanos, que me corrigen cada dos por tres.

Especifico, además, que podría enseñar italiano y español, no tan requeridos, pero mi mente mala ya pensaba: no solo aprovecho de algo que conozco mejor que cualquier chino, pero, como voy a tener pocos estudiantes, podré seguir viviendo, bailando la salsa con mi amiga chilena, comiendo pinchos por la calle.

De echo las chinitas de este centro de estudio de idiomas me contactan y me citan por el miércoles, jueves o viernes, como yo quiera. En un rascacielo amarillo (¡amarillo!), con por lo meno 49 pisos, el centro está al piso 25 y en la entrada hay tres ascensores, uno que sube hasta el piso 21, uno que va desde el 22 al 40 y uno desde el 41 al 49. un ascensor que sube super rápido, y te hace doler las orejas, que empieza frenar cuatros pisos antes del piso de llegada, que te hace sentir el estómago en los zapatos cuando llega a la planta baja y se para. Entre otras cosas, en la planta baja serpentea un laberinto de tienditas con cosas chinas de cualquier tipo, pero este sería otro cuento…

Bueno, el miércoles voy, deshecha porqué había dormido algo como seis oras, y para mi, cualquiera siesta inferior a las 14 oras no se puede llamar siesta. Deshecha porqué había atravesado toda la ciudad, porque ante he ido todo al oeste para ententar hacer los examen médicos que aún me faltan para pedir el visto de estudiante, y tuve que luchar contra familias que iban al zoo. Y ha sido divertido porque el centro de los examenes estaba cerrado, naturalmente, como la semana pasada tuvimos vacaciones por la fiesta nacional de China, y el guardian a la entrada tenía la uña del pulgar larga como un dedo mío, amarilla, y yo, encantada por aquella garra, no logré decirle lo que quería y, a través de una cancela cerrada con dos vueltas de cadena, le pregunto: ¿está cerrado? Pregunta a la cual, yo, si fuera el guardian, y hubiera tenido un dedo así, habría contestado: ¡no no! ¡Está abierto, solo falta decir la palabra mágica! Pero estamos en China y así el pierde la ocasión de ser gracioso  y me dice de regresar el sabado.

Así doy la vuelta y me voy, recruzo toda Shanghai, cojo la metro, me esperan quinze paradas con una línea, y tres con otra, me tomo tiempo para pedir la muy anhelada tarjeta de la metro, solo para lucirla, y despué subo en un vagón donde están todos sentado, excepto yo. A mí me dolían los pies, etaba muy cansada, quiería sentarme, pero nadie se levantó, y yo emepzé a odiarlos a todos. Una porqué era fea, tenía novio feo, que tenía arriba de las rodillas el bolso rosado de ella, así que eres feo y gay, y tu que eres fea, y duermes apoyada a los hombros de el, te se deja en la frente la marca de su camiseta, eres aún mas fea.

Tu que has pasado todo el tiempo jugando a hacer explotar bolitas en la pantalla del Iphone, eres fea, porque tienes los ojos que parecen echos de gelatina, como los de estos animalitos.

Tu que das la paliza con la chica a tu lado, que te contesta con indisimulado desprecio.

Tu que pareces elegante, pero como te miro desde cerca, tienes el traje rasgado.

En conclusión, una persona en armonia con el próximo (yo).

Cuando llego me acoje una chinita que habla un malo inglés, me ofrece un vaso de agua tibia, que no puedo refusar, y que llevaré con migo por toda la entrevista, paso por tres oficinas y cada vez una señorita me persigue con mi vaso diciendome que lo he olvidado.

Me hacen rellenar un impreso, en el que me piden solo cosas relativas al inglés. Yo tampoco entento mentir, digo que lo sé, pero no muy bien, que no soy inglesa, que podría enseñar oral enghlis, nada más, que mis puntos fuertes son los idiomas neolatinos. Pero mi lamento se queda desoído. Además, abro una pequeña paréntesis. Me habían dicho, una vez, que las intrevista de trabajo sirven al empresario para conocerte, pero también son ocasiones por el candidato para comprender si le puede gustar el trabajo, si es idóneo. En China es diferente. En cuanto vas a la entrevista, ¡ya eres aceptado! No emporta que yo no tenga esperiencia en la enseñanza, ni tampoco que no sea inglesa, me preguntan si mi acento es más british o americano, digo americano. Y ellos me preguntan si pueden presentarme a los estudiantes como americana. Y yo tengo gana de reírme, estoy allí con mi vaso de agua tibia y pienso: ¡haced lo que quereis!

Me doy cuenta que no puedo salir de sus trampa, (es decir, no podré decir: pensaba se tratara de  algo diferente, gracias, adios) cuando, en la segunda oficina, la señorita empieza a explicarme como saré elegida. Tendré que partecipar a las “demo lessons”, que no son nada más que charlas de 10-15 minutos con el posible estudiante, el cual tendrá que decidir si me quiere como profesora, en base a la impresión que doy.

Me hacen también leer un vademécum que explica como hacer accarear lo máximo posible mi “demo lessons”. Y tan cosas diría sobre este vademécum! Ante todo escrito en un inglés espeluznante, así que casi estaba tanteada de decir: dadme 100 yuan y os corrigo esta cosa y desaparzco. Luego te aconsejaba una serie de engaños de veras refinados, como primera cosa hacerse pasar por inglés madrelignua, NUNCA decir a un estudiante que tendrá que llevar más de un año para alcanzar un nivél admitible de inglés (usaban la palabra FORBIDDEN), decir que piensas estar en China por lo meno un año, para que el estudiante se sienta a su gusto, NUNCA decir que no tiene experiencia en la enseñanza, porqué, así como suena: WE’RE SUPPOSED TO BE PROFESSIONAL.

De echo me dan otra cita por la tarde, para encontrarme con un niña. Mi objetivo es impresionar los padres, para que sea elegida, hablar con la niña, hacer para que esté a sus anchas, ser simpática.

La niña no habla mucho, sabe unas frases en inglés que sabe decir muy bien, pero me pide que le repita las cosas muchas veces, yo la auydo hablando un poco chino.

Omitimos los momentos en que hago preguntas sin invertir verbo y sujeto, y cuando la niña dice”ground” para decir plaza y yo no la corrijo, y su madre: se dice “square”, así que me sentía muy poco madrelingua…

por suerte la segretaria me dice que es suficiente, me saluda y me voy.

Pocas oras después me llega un mensaje, de la señorita-jefe, que me pregunta si puedo partecipar a otro encuentro a la una del jueves, me dice también que hoy no di una muy buena impresión, y me lo dice con tono de queja, dice que el jueves tendré que comprometerme mucho más.

No sé, creo que me he metido en un lío que a dura pena lograré atajar, he dado demasiada disponibilidad en la semana. Pero he también dicho que no quiero más de tres estudiantes, que soy muy ocupada con el estudio del chino, y que no es que tenga mucho tiempo, cosa que generalmente lisonjea a los chinos, que pero dejó indiferentes las señoritas. He dado disponibilidad por el sabado noche. Soy una loca. Lo unico que me consola es que los chinos cenan a las 5 de la tarde, y las fiestas empiezan a las 11, así que quizás las “noches” van a ser unas tardes “italiana”… lo veremos. He pensado todavia que en situaciones extremas, fingiré un presuroso regreso en patria, y al que le gusta bien, sino también.

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2 thoughts on “Professoressa per un giorno

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