Storie di gatti

La storia del micio che viveva nello spazio

INIZIO OGGI UNA STORIA, DEDICATA A G.R.III., CHE MI HA CHIESTO INFORMAZIONI RIGUARDO A UN CARO AMICO CHE NON VEDE DA TEMPO. HO SCRITTO SOLO IL PRIMO “CAPITOLO”, NEL CASO SI RISCUOTA SUCCESSO, VADO AVANTI CON IL SEGUITO! BUONA LETTURA!

C’era un volta un gatto.

Ma non era un micio qualsiasi, o meglio, sarebbe caduto in piedi se lo si fosse lasciato cadere, avrebbe fatto le fusa se lo si fosse accarezzato. Ma non lo si poteva prendere e lasciar cadere, non lo si poteva accarezzare.

Il nostro micio era nato nel futuro. In un futuro talmente lontano dalla nostra epoca attuale che non potremmo mai tentare di visualizzarlo. In un futuro tanto lontano che non basterebbe un foglio intero per trascrivere le cifre che servivano per il computo degli anni.

Il nostro micio viveva nella casa di un inventore e della sua famiglia, che non vivevano sulla Terra, ma erano i discendenti di chi per primo era emigrato su un nuovo pianeta, che era stato scoperto qualche secolo prima, sul quale gli esploratori dell’epoca avevano fondato una colonia terrestre. La necessità di fondare una colonia su un nuovo pianeta era ovvia: sulla Terra si era in troppi, si mangiava troppo, si beveva troppo.

I primi a partire erano stati considerati dei pazzi, non avevano paura di imbattersi in qualche mostro alieno? Non avrebbero sentito nostalgia di casa? Ma tutti questi sentimenti non avevano sfiorato nemmeno per un attimo il nostro inventore, perché, appunto, la casa in cui viveva sulla Terra-2 apparteneva alla sua famiglia da generazioni.

E non gli sembrava strano neppure l’aspetto del suo gatto: aveva un corpo grande come quello di un bambino, vestito con una tuta spaziale, con due gambe e due braccia, un collo, dal quale spuntava il suo musetto di gatto, protetto da un casco. Naturalmente il gatto non era grande come un ragazzino, ma per praticità, da quando era stata fondata la colonia sulla Terra-2, gli animali venivano fatti arrivare lassù vestiti con queste tute, in modo che fosse più facile farli giocare con i bambini. Potevano infatti rincorrere palloni, far volare aquiloni, lanciare biglie, costruire barchette di carta eccetera, proprio come un bambino vero. Non era raro imbattersi per le strade della Terra-2, in bambini mano nella mano con il loro animaletto da compagnia. Coniglietti, cagnolini, gatti, a volte anche tartarughine o canarini, tutti vestiti con queste tute spaziali, che adattavano la grandezza dell’animale all’altezza del loro padroncino umano.

Il micio dunque non se la passava male, viveva in una bella casa, aveva un piccolo amico che gli voleva bene con cui giocare, era abituato al suo corpo fuori misura, anche perché non sapeva cosa voleva dire vivere senza quell’involucro.

Da qualche tempo però, soffriva di un incubo ricorrente. Non appena si distendeva ai piedi del suo padroncino per fare un sonnellino, iniziava a sognare di essere piccolo piccolo, di avere zampine non più grandi del suo muso, non molto lunghe, ma forti e in grado di spiccare grandi balzi, di avere qualcosa di peloso che gli spuntava dietro. Sentiva anche una mano che lo afferrava, e doveva essere ben grande quella mano, perché riusciva a circondare tutto il suo corpo, e lo sollevava da terra. A quel punto si svegliava e scopriva di avere le consuete proporzioni di sempre, la stessa tuta protettiva.

La historia del gatito que vivía en el espacio.

Érase una vez un gato.

Pero no era un gato cualquiera, pues habría caído de pie si lo hubieses dejado caer, habría ronroneado si lo hubieras acariciado.

Nuestro gatito había nacido en el futuro. En un futuro tan lejos de nuestra época actual, que tampoco podríamos intentar imaginarlo. En un futuro tan lejos que no alcanzaría una hoja entera para escribir las cifras que indicaban el año correspondiente.

Nuestro gato vivía en la casa de un inventor con su familia, no vivían en la Tierra, sino que eran descendientes de los primeros que se fueron a vivir a un nuevo planeta, descubierto unos siglos antes, en el cual los exploradores de aquel tiempo habían fundado una colonia terrestre. El porqué se necesitaba una colonia en un nuevo planeta era obvia, en la Tierra se eran demasiados, se comía demasiado, se bebía demasiado.

Los primeros que decidiron partir fueron considerados locos, ¿que acaso no tenían miedo de enfrentarse con unos monstruos extraterrestres? ¿no habrían hechado de menos su planeta? Pero todos estos sentimientos no habían afectado al inventor, como la casa en que vivía en la Tierra-2 pertenecía a su familia ya hace muchas generaciones.

Y tampoco le parecía raro el aspecto de su gato: tenía un cuerpo grande como el de un niño, vestido con una escafandra espacial, con dos piernas y dos brazos, un cuello desde el cual salía su hocico de gato, protejido por un casco. Naturalmente el gato no era grande como un chico, pero por comodidad, desde cuando fue fundada la colonia en la Tierra-2, los animales eran enviados allá arriba con estas escafandras, para que fuera más facíl hacerlos jugar con los niños. Podían de hecho recorrer pelotas, hacer volar aquilones, lanzar bolinches, construir barqueta de papel etcétera, como un verdadero niño. No era tán raro toparse en las calles de la Tierra-2, niños de la mano con sus mascotas. Conejos, perritos, gatitos, y a veces, tambien tortugas o canarias, todos vestidos con estas escafandras espaciales, que adaptaban el tamaño del animal al de sus dueños humanos.

Así que nuesto gatito no lo pasaba mal, vivía en una casita linda, tenía un pequeño amigo con quién jugar, estaba acostumbrado a su cuerpo sobre medida, aún por que no sabía como podía ser vivir afuera de aquel envoltorio.

Hace no mucho tiempo que sufría de una pesadilla recurrente. Como se acostaba a los pies de su dueños para hecharse una siesta, empezaba soñando que era muy muy pequeño, de tener zarpas no más grandes de su hocico, no muy largas, pero fuertes, capaces de dar saltos muy largos, de tener algo peludo que salía por detrás. Sentía también una mano que lo agarraba, y tenía que ser una mano muy grande, porque podía rodear todo su cuerpo. Llegado a ese punto, se despertaba, y veía que tenía sus proporciones normales, la misma escafandra de siempre.


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